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Le castella-le origini

 

 

 Lontane e incerte sono le origini di Le Castella. Furono i greci i primi colonizzatori, poiché furono i primi a gettare le basi per la costruzione del magnifico maniero che ancora oggi possiamo ammirare. A testimoniare l’influenza di questo popolo è il muro greco a scacchiera ben visibile sul lato meridionale ed inglobato nella costruzione del castello aragonese.Si racconta che l’isolotto, su cui poggia il castello, fosse circondato da due o tre isolotti, dei quali abbiamo fonti attendibili fino al ‘500. Uno degli isolotti era nominato Calypso o Ogigia, di cui Omero cantava nella sua Odissea, facendo riferimento all’eroe Ulisse che vi restò a lungo, incantato dalla magia della dea Calypso.Sempre della presenza del popolo greco abbiamo traccia lungo il porto turistico di Le Castella, con la presenza delle “cave” dalle quali i greci potevano estrarre il tufo, necessario all’edificazione, attestata lungo tutto la costa.Dopo che i greci abbandonarono il borgo ha inizio, intorno al 204 a.C. , il periodo delle invasioni cartaginesi con Annibale, il quale costretto ad un repentino ritorno in patria fece ergere una sorta di accampamento proprio dove ora sorge il castello, accampamento che poi venne ampliato e rafforzato, divenendo una torre di vedetta (da qui l’appellativo Castra Hannibalis).Dopo la dipartita di Annibale, i romani vi fecero sbarcare circa 3000 soldati e lo chiamarono Castra.Il nome Le Castella (al neutro plurale) è dovuto all’esistenza di alcuni castelli (7 secondo fonti storiche), che si ergevano lungo il golfo ma che per varie cause, ancora non ben attestate, vennero risucchiati dal mare. Questa tesi è sostenuta dal ritrovamento di mura lungo i fondali nei dintorni del castello, osservabili con il battello a fondo trasparente..Per circa un secolo Le castella fu sottoposta a dure lotte tra arabi e aragonesi, che si contendevano il dominio del borgo. Sotto la guida aragonese (ai quali si attribuisce la costruzione vera e propria del castello del quale notiamo subito i bordi e le merlature tipicamente aragonesi), il golfo si popolò e divenne un importante luogo di scambio e commercio, fino al 1251 quando si scatenò la feroce guerra tra angioini e aragonesi, durante la quale seguì l’assedio dell’ammiraglio Ruggiero di Loria per conto di Giacomo d’Aragona. La resistenza dei popolani, fedeli  a Pietro Ruffo conte di Catanzaro, fu inutile.Per un lungo periodo Le castella fu al centro di numerose contese. La Calabria era in fiamme, ma Crotone e Castella restavano ancora fedeli ai Ruffo-Centelles, forse per motivi d’onore. Per questo motivo il re fece assediare Castella, costretta duramente alla resa. A governare al posto di  Pietro de Captevila fu Maso Barrese, un terribile uomo con l’incarico di ridurre all’obbedienza la Calabria.Dopo la decadenza dei Centelles, Le castella venne venduta a Giovanni Pou. In seguito passò a Giovanni Nauclero. Successivamente le terre di Castella vennero vendute nel 1496 al nobile napoletano Andrea Carafa: da questo momento Le Castella è strettamente legata alla contea di Santa Severina.Durante il regno di Carafa, Castella subisce le invasioni turche sotto la guida del “raìs Caffat”, che mette a ferro e fuoco il borgo. Tre anni dopo vele turche appaiono ancora all’orizzonte, continuando a bombardare il paese. I gli abitanti del borgo rispondono al fuoco, ma alla fine devono cedere. Ariadeno Barbarossa, chiamato il terrore dei mari, ordina il saccheggio: molti trovano la morte;altri, tra i quali Giovanni Dionigi Galeni (destinato a diventare il famoso Kiligi Alì Alìs Occhialì) vengono fatti schiavi e divisi tra sultano, pirati e ciurma.Per la paura di un nuovo saccheggio i castellesi scavano caverne nelle quali possono accedere attraverso botole ben mimetizzate,costruiscono torri di guardia e prendono efficaci difese anche in vista di un attacco da terra.Dopo la morte di Andrea Carafa (1526) la contea di S.Severina viene smembrata e la terra di Castella, dopo molti passaggi, rimane ad Alfonso Carafa, che assiste ad un nuovo saccheggio turco. Dopo i Carafa tocca a Giovanna Ruffo, marchesa di Licodia, amministrare il territorio di Le Castella .Dopo la morte di Giovanna, suo figlio Francesco Maria, vende ai Filomarino i territori di Le Castella. Questi furono gli ultimi intestatari di questo feudo. Nel 1799 Le Castella è di nuovo al centro di nuove contese e dal 1811 il borgo diventa frazione di Isola Capo Rizzato. 

                                                      

 

  Il Castello

 Quello che possiamo ammirare oggi del magnifico maniero, risale probabilmente alla ricostruzione fatta eseguire da Andrea Carafa tra il 1510 e 1525. Questa nuova costruzione nasceva con molta probabilità  da quello che rimaneva dellevecchie mura del borgo.Con pianta irregolare, il castello alle origini venne edificato con lo scopo esclusivamente di fortezza, non fu mai un luogo abitato, se non per poco tempo esclusivamente dai soldati .A farci capire che questo è un luogo di difesa è l’altissima torre di vedetta che si erge in mezzo al maniero, formata da una lunghissima scala a chiocciola che  si restringe man mano che sale. La particolare struttura della torre era consona ad una strategia di guerra: i nemici con le grosse armature si incastravano tra le mura e gli veniva gettato addosso olio bollente. Un’altra particolarità della torre sono le finestre a “bocca di lupo” molto piccole all’esterno che vanno poi allargandosi all’interno. Questa conformazione permetteva di sparare senza essere visti e colpiti. Sempre sulle mura del castello sono ben visibili delle ampie aperture dove probabilmente vi erano collocati dei cannoni (sono ancora presenti  nel museo del castello, palle da cannone risalenti a quest’epoca). Sempre all’interno dei tre piani della torre  vi sono  ancora oggi dei grandissimi comignoli che servivano ad avvisare gli altri castelli dell’arrivo dei nemici. Il castello, infatti, era collegato in linea d’aria con il castello di Santa Severina, dove risedeva Andra Carafa.Dopo tante drammatiche vicende che distrussero buona parte della fortezza, si pensò nel 1901  di considerare vana l’opera di restauro e di lasciarlo al suo corso.Con il passare del tempo però la situazione venne rivalutata e il maniero divenne interesse di studiosi artistico-culturali  e politici. Ci si impegnò, così, nel suo restauro.  

 

Uccialì

Il 29 aprile 1536 fu una giornata drammatica per Le Castella, poiché gli uomini della guardia avvistarono all’orizzonte vele turche. Per avvisare la popolazione le sentinelle suonarono una maestosa campana di bronzo posta sulla torre del castello. I cittadini cercarono di difendersi, ma per loro ci fu soltanto morte e distruzione. In un cantuccio, tremante c’era un bambino: Giova Dionigi Galeni, figlio di povera famiglia, malaticcio e mal ridotto e con qualche problema alla vista.Il bambino fu catturato come schiavo e venduto al corsaro Giafer che lo destinò al remo delle sue navi.Per circa due anni il ragazzo venne ridotto in schiavitù, remava e osservava e a volte trovava il coraggio di parlare, proponendo delle strategie per scampare il pericolo. Così facendo riuscì a conquistare la fiducia di Giafer che lo lodava anche per la sua intelligenza, anche con la moglie Mortama.Passavano gli anni e Giovan Dionigi era ormai un uomo, non bello ma determinato a fare fortuna ed era tale la stima che ricopriva nella casa del padrone che Mortama decise di dargli in moglie sua figlia. Ma il matrimonio non poteva essere celebrato poiché Giovan Dionigi non voleva rinunciare alla sua religione cattolica. Era così invidiato da tutti gli altri schiavi che un giorno esasperato da un giovane napoletano lo portò ad ucciderlo con un pugno. Su di lui cadde imminente la condanna a morte. Fuggito,venne inseguito e catturato. Si salvò solo grazie a Mortama che lo convinse alla conversione, diventando da quel giorno musulmano, poiché nella religione musulmana non era peccato uccidere un uomo cristiano.In seguito sposa la figlia di Giafer diventando sultano e prendendo il nome di Uccialì. Passano gli anni ma Giovan Dionigi non si dimentica del suo paese dove decise di ritornare. Giunto a Le Castella, però, non trovò altro che un paese dilaniato dai vari saccheggi. Non c’era nemmeno più la splendida campana di bronzo che avvisava i cittadini dell’arrivo dei nemici poiché era stata rubata dai saccheggiatori e poi buttata in mare per il suo eccessivo peso (i pescatori narrano che ancora oggi, in alcune serata di tempesta, si sentono i tocchi della famosa campana). Giovan Dionigi, preso atto della situazione del piccolo borgo, decise di fermare tutti i saccheggi che stavano distruggendo il piccolo paesino.In suo onore venne eretta una statua nella piazza centrale del paese che porta il suo nome, ancora oggi ben custodita. Ritornato a Costantinopoli, morì dopo aver preso parte alla battaglia di Lepanto. Anche qui gli venne dedicata una mosche dove venne deposto il suo corpo, moschea collocata su un isolotto in mezzo al mare.Per quanto riguarda la campana di bronzo, questa giace ancora oggi nelle acque che bagnano Le Castella, incastrata probabilmente tra due scogli. Poiché il tempo a logorata la campana e il mare ne ha ricoperto, con le sue piante, la superficie, non è ben distinguibile tra le rocce e quindi non si sa bene la sua posizione .Ma nei giorni di scirocco, quando le onde infrangono verso le sue pareti, noi sentiamo ancora il suo suono.

                                                                                                                

                                  Mercurio Martina, Gigliarano Erica

 

 

Ultimo aggiornamento ( venerdì 04 maggio 2007 )